AgneseMoroni
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Giugno 2013
Ok, lo ammetto. Sono partita per Istanbul con la speranza di non immortalare solo il profilo esotico della moschea blu, ma anche qualche momento della rivoluzione che sta scuotendo in questi giorni la Turchia. Lo ammetto ora e l'ho ammesso prima di partire. Tutti voi mi avete preso per pazza e forse lo sono. Non sono una giornalista e non sono una fotografa, come alcune persone preoccupate per me mi hanno ricordato in questi giorni, ma ho sempre voluto essere una giornalista e da qualche anno mi piacerebbe essere una fotografa, quindi potete capire, o almeno provate a farlo, il desiderio di esserci e, davanti al pericolo, la speranza di riuscire a tenere ferma la macchinetta piuttosto che di riuscire a scappare.

Ci siamo trovate davanti al pericolo due volte. Avevamo l'albergo vicino piazza Taksim, per tornare a casa dovevamo percorrere Istiklal Caddesi, la via dei negozi, della funicolare, ma in questi giorni, la via delle barricate e teatro di scontri.

La prima volta era sabato sera e ci siamo trovate tra i manifestanti e la polizia, in abito da sera e tacco 12, ma soprattutto senza macchinetta. Quando siamo riuscite ad arrivare in albergo mi sono cambiata e sono uscita di nuovo per strada, ma ho fotografato solo una calma apparente. Maschere antigas e ideali su visi stanchi e tirati, immondizia per terra, puzza di bruciato bagnato dagli idranti. Vicoli bui di una Istanbul esausta, ma forte. La signora d'Oriente colpita al cuore, che non abbassa la testa.

La seconda volta era Domenica pomeriggio, eravamo a Galata e abbiamo visto la gente raccogliersi intorno alla torre, passare da decine a centinaia. Non sapevamo che piazza Taksim era stata chiusa e che gli scontri si erano spostati nei quartieri limitrofi, fino a Galata appunto. Quindi, anziché tornare verso Sultanahmet, abbiamo deciso di andare avanti, nell'occhio del ciclone.

Seguendo l'itinerario della guida ci siamo ritrovate in una stradina da cui abbiamo visto scendere centinaia di persone, caschetti in testa, maschere antigas e occhi pieni di lacrime. Alla fine del fiume di gente la polizia. Gas. Paura. Siamo state letteralmente portate di peso in un negozio, dove, tra l'altro ho comprato un paio di orecchini ed un anello. Saper cogliere il meglio che una situazione può offrire è sempre stata una mia caratteristica. Siamo uscite dal negozio quando la situazione si era tranquillizzata e abbiamo continuato la nostra passeggiata in un vicolo spettrale, fino ad una piazza piena di polizia. Con la lonely planet a farci da scudo, abbiamo spiegato ai poliziotti, in un inglese che tanto nessuno capiva, che eravamo turiste, che non avevamo fatto foto e che volevamo solo tornare in albergo. Non ci hanno fatto passare. Abbiamo preso una via parallela dove ci hanno bloccato quasi subito un gruppo di ragazzi. Sta arrivando la polizia, non andate avanti. Esce una ragazza da un portone: "The police are coming, follow me!". La seguiamo per delle scale buie che sembrano non finire mai e arriviamo in un appartamento gremito di ragazzi in un silenzio surreale. Le immagini della sommossa in televisione. I passi della polizia per strada. "Which is your plan?" Tornare in albergo.

Ed eccoci di nuovo in strada. Altri 200 metri e ci fermano ancora. Stavolta è il proprietario di un albergo. "Non andate avanti, la strada è chiusa, è pericoloso". Altra sosta. Altra sigaretta.

Sembra tutto tranquillo, decidiamo di riprendere a camminare quando all'improvviso vediamo arrivare una ventina di ragazzi di corsa. Il tempo di realizzare. Il tempo di vedere il muso della camionetta della polizia. La paura degli idranti. Urlo: "Corri, Ale corriiiiiiiiiiii". Mi giro e inizio a correre, ma non è acqua quella che mi colpisce. Sono pallottole di gomma, sulla testa, sul collo, sulla schiena, fanno male. Quella che ho provato prima è paura, questo è terrore. Salto cumuli di immondizia, corro più forte che posso, perdo una scarpa, mi fermo a raccoglierla e sento un dolore fortissimo sul fianco, non ho più il peso della borsa. Mi giro e vedo la borsa per terra con un lacrimogeno che fuma sopra. Capisco che è stato quello a colpirmi, senza neanche riflettere tiro via il lacrimogeno e mi riprendo la borsa e via per delle scale che si aprono alla mia destra. La nostra via di fuga. L'aria è bianca ed irrespirabile. Ci ripartiamo nella rientranza di un garage. Non respiro. Non vedo. ma soprattutto non respiro. Brucia, l'aria brucia nella gola, nei polmoni, negli occhi. Mi sembra di morire. Alessandra è accasciata ad un metro da me e anche lei ripete che non riesce a respirare, a vedere. Cerco di stare calma, devo trovare aiuto. Risalgo le scale. "Ale vieni". "Non ci riesco, non respiro." Vedo un uomo in cima alle scale. Please, help us. We are turists, please! Lui mi corre incontro, io praticamente gli crollo addosso, mi porta nel suo gabbiotto. Gli indico Alessandra, my friend, e lui corre da lei.

Terrorizzate passiamo le successive tre ore in quel gabbiotto. Non c'è un taxi che ci voglia portare in albergo, il funzionario dell'ambasciata ci consiglia di trovare un'altra sistemazione per la notte. Alla fine, dal nulla, spunta un signore che si offre di accompagnarci dalle nostre cose. Ci fidiamo. Perché se c'è una cosa che ci rimarrà per sempre nel cuore è la solidarietà del popolo turco. La fierezza, la forza e l'altruismo. Scortate da lui arriviamo in albergo. Sporche, spaventate e affamate. Arriva la pioggia a calmare gli animi.

E mentre la signora d'Oriente conta i feriti di un'altra giornata di follia, noi ci rendiamo conto che si, siamo pazze, due incoscienti. Però noi c'eravamo.
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